Presentazione dati ANCMA sul mercato bici in Italia nel 2025

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Alla conferenza stampa ANCMA del 31 marzo a Bollate, il dato principale è stato il calo del mercato: 1.303.000 biciclette vendute nel 2025, pari a -4% rispetto alle 1.354.000 del 2024.

Dati che evidenziano una crisi profonda

Entrando nel dettaglio, le biciclette tradizionali scendono a 1.047.000 unità (-3%), mentre le e-bike calano a 256.000 (-7%). Il primo elemento rilevante è che il segmento che avrebbe dovuto sostenere la crescita – quello elettrico – è oggi quello che cala più velocemente.

Ancora più significativo è il confronto storico: rispetto al 2019 il mercato ha perso oltre 400.000 biciclette, pur a fronte di un fatturato salito a circa 2,5 miliardi di euro, trainato principalmente dall’aumento dei prezzi (fino al +32% nel 2022).

Come è stato esplicitato chiaramente anche durante la conferenza, da Cristiano De Rosa, oggi le biciclette costano troppo, e questo rappresenta un freno diretto all’accesso al mercato.

Ne emerge un sistema più piccolo nei volumi, più costoso e meno accessibile, in cui la contrazione non è un evento improvviso, ma il risultato di una lunga fase di assestamento post-COVID, aggravata da un tema sempre più evidente di overstock: magazzini pieni che comprimono la domanda, rallentano il ricambio prodotto e bloccano la dinamica naturale del mercato.

La difficoltà del negozio specializzato

Il vero punto di rottura, però, non è il dato aggregato, ma la dinamica dei canali. Il retail specializzato, che rappresenta circa il 65–70% del mercato, registra i cali più pesanti (-14% e-bike e circa -8% bici tradizionali), mentre grande distribuzione e online crescono, compensando solo in parte la flessione dei retailer piccoli e medi.

Questo spostamento ridefinisce gli equilibri del sell-out: il mercato non sta scomparendo, ma si sta spostando verso modelli più orientati al prezzo e meno alla consulenza in persona. Le grandi catene, grazie a prezzi competitivi e informazioni di prodotto più chiare e strutturate, generano maggiore fiducia nell’acquirente. Al contrario, il negozio indipendente soffre proprio sul terreno della chiarezza e dell’efficienza.

Il dato ancora più interessante è che i punti vendita fisici aumentano (oltre 4.000 in Italia), segno che il negozio non scompare ma cambia funzione, sostenendosi sempre più attraverso i servizi (assistenza tecnica e officina).

In parallelo, cresce anche l’utilizzo della bicicletta (dal 2% del 2015 al 4% del 2025), così come emergono nuovi segnali come l’espansione del noleggio (+47% dei punti attivi) e il peso del cicloturismo (10 miliardi di euro). Tutti indicatori di una domanda reale che esiste, ma che non si traduce automaticamente in acquisto.

Industria apparentemente in controtendenza, ma cosa significa?

Se si osserva il lato industriale, il quadro si ribalta. Nel 2025 la produzione di biciclette tradizionali cresce a 1.805.000 unità (+6%), l’export sale a 1.042.000 pezzi (+11%) e l’import cala a 284.000 unità (-28%).

La bilancia commerciale (valore delle esportazioni meno valore delle importazioni) resta positiva a +172 milioni di euro, segnalando che in Italia siamo le industrie sanno ancora trasformare i componenti di produzione asiatica, creando valore aggiunto. Le domande da porsi sarebbero però:

  • quanto ci metteranno i brand cinesi ad arrivare nel mercato occidentale con prodotti finiti e brand forti? Ne abbiamo già parlato qui 
  • quanto pesa il fatto che il costo della manodopera italiana è più basso rispetto alla maggioranza degli altri paesi Europei? Cioè: siamo realmente più bravi, o siamo semplicemente più economici per assemblare biciclette di comnsumo nella fascia media e medio-bassa? 

La componentistica mostra dinamiche ancora più vivaci (export a 550 milioni +14,5%, import a 577 milioni +25,4%), segno che si importano più semilavorati che servono tendenzialmente all'assemblaggio.

Il comparto della bike industry italiana conta 220 aziende, 17.000 addetti diretti e 1,9 miliardi di fatturato, confermando una filiera apparentemente solida e competitiva che fa dell’Italia la prinicpale piattaforma produttiva europea, inclusa la produzione conto terzi per grandi gruppi internazionali. 

Un dato simbolico fornito da Piero Nigrelli di ANCMA è: il 40% dei bambini europei pedala su biciclette Made in Italy.

Il paradosso e la necessità di agire subito

Il paradosso è quindi evidente: l’industria cresce mentre il mercato interno si contrae. Questo disallineamento si amplifica nel segmento e-bike, dove l’Italia resta ferma a circa il 20% del mercato (contro percentuali fino all’80% nei Paesi del Nord Europa), con cali su produzione (-17%), export (-20,7%) e import (-7,8%).

Qui emergono con chiarezza i fattori strutturali:

  • infrastrutture insufficienti (solo 150 milioni su 1,2 miliardi destinati alla mobilità)
  • sicurezza percepita bassa – al punto che anche atleti professionisti come Pogačar hanno evidenziato i rischi di pedalare in Italia – furti,
  • assenza di politiche coordinate e diffusione di veicoli elettrici non conformi che alterano il mercato
  • carenza di una adeguata azione di formazione ed educazione civica all'uso della bicicletta

Ovviamente non si può negare che questi macro-problemi esistano, ma a nostro avviso, una crisi così pesante dell'intero settore richiede un intervento prioritario su leve che possano essere azionate nell'arco temporale di mesi, non di anni o decenni. 

Il sistema che non è in crisi di prodotto, ma di funzionamento, per la rottura del collegamento tra produzione e retail, tra utilizzo e acquisto, tra offerta e utente finale.

Il vero punto critico

Il mercato continua a essere analizzato con metriche tradizionali (vendite, produzione, export), ma il problema è ormai un altro: la capacità di convertire una domanda potenziale in domanda reale. Questo è anche il punto su cui è possibile intervenire subito.

Serve rendere l’offerta più accessibile e comprensibile attraverso dati prodotto strutturati, supportando il retail nel suo nuovo ruolo ibrido tra vendita e servizio e dando l'opportunità a produttori e distributori di digitalizzare la supply chain grazie ad un forte approccio digitale, che permetta ai negozianti di essere presente online senza le attuali frizioni (tempo, competenze, costi. ...) per intercettare la domanda dei ciclisti prima dell’acquisto.

EurekaBike è il layer mancante

EurekaBike si inserisce come infrastruttura abilitante: un layer che organizza, standardizza e distribuisce i dati prodotto lungo tutta la filiera, migliorando l’efficienza operativa per brand e distributori, aumentando la qualità informativa per i retailer e rendendo l’esperienza d’acquisto più semplice e rilevante per l’utente finale.

Parallelamente, consente di connettere domanda e offerta in modo diretto, trasformando lo stock oggi immobilizzato in opportunità di vendita e fornendo ai negozi strumenti concreti per generare domanda sia con il marketplace consumer AGORA (live su: eurekabike.it) sia con i nuovi progetti in sviluppo dedicati a connettere distributori e B2B (HERMES).

Il -4% del mercato italiano è quindi più da leggere come un sintomo: il problema reale è un sistema disallineato che, senza un intervento pragmatico e immediato, continuerà a produrre risultati incoerenti indipendentemente dalla qualità dell’industria.

Jacopo Vigna

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13-04-2026 Leggi Read
Novità
Giant vs Pon.Bike: due modelli, un'industria in crisi
Mentre il settore si descrive in downturn, Pon.Bike tiene i ricavi intorno ai 2 miliardi di euro e resta profittevole. Giant cede il 15,5% in un anno. Dietro i numeri, due filosofie industriali divergenti — e una domanda scomoda per la filiera B2B. I due contesti diversi di Giant e Pon.Bike  Il confronto tra Giant Group e Pon.Bike non è una gara, ma uno strumento di analisi. I dati di riferimento, elaborati da Elisa Chiu di Anchor Global, mostrano le curve di ricavo dei due gruppi dal 2018 al 2025, con i dati Pon convertiti da EUR a TWD per renderli comparabili. Il risultato è netto: le due curve si incrociano intorno al 2023 e da lì divergono. Giant declina. Pon tiene. Il confronto non è simmetrico, e questo è esattamente il punto.Giant è un campione industriale puro, mentre Pon.Bike è una holding capital-driven con un portafoglio di brand, una componente di servizi in abbonamento e una radice europea nel cargo e nella mobilità urbana. Confrontarli non significa dichiarare un vincitore, bensì capire quali leve costruiscono resilienza in un mercato che cambia struttura. Dati chiave Giant Revenue 2025: NT$60,25 miliardi (~€1,7 miliardi) Variazione YoY Giant: −15,5% Giant Revenue picco 2022: NT$92,04 miliardi Calo dal picco 2022 al 2025: −34,6% Pon.Bike Revenue 2025: ~€2,0 miliardi (stima) Svolta strutturale Pon: acquisizione Dorel Sports, 2021 Giant: potenza industriale, esposizione ciclica Giant Group ha raggiunto il picco storico di ricavi nel 2022 con NT$92 miliardi, trainato dalla domanda pandemica. Da lì il declino è stato rapido: NT$77 miliardi nel 2023, NT$71 miliardi nel 2024, NT$60 miliardi nel 2025. In tre anni il gruppo ha perso oltre il 34% del fatturato di picco. Le ragioni sono strutturali. Giant è profondamente dipendente dal mercato statunitense via OEM, un canale che ha amplificato la volatilità della domanda post-COVID. Il modello di business rimane centrato sul prodotto — cicli di sviluppo, produzione, wholesale — con scarsa componente di ricavi ricorrenti capace di smorzare le oscillazioni di sell-through. Questo non è una debolezza in sè e per sè, e la profondità manifatturiera di Giant, la capacità di integrazione verticale e l'innovazione di prodotto restano asset strategici di lungo periodo. Ma nel ciclo attuale, quella stessa profondità industriale si traduce in rigidità dei costi fissi e in un'esposizione diretta alle contrazioni di domanda. È semplicemente il prezzo del modello. Pon.Bike: portafoglio, servizi, opacità Pon.Bike ha percorso una traiettoria diversa. Il loro punto dii svolta è stato l'acquisizione di Dorel Sports nel 2021, che ha portato in portafoglio Cannondale, GT Bicycles, Schwinn, Mongoose e Caloi, trasformando Pon in una vera house of brands globale. L'obiettivo dichiarato all'epoca era una combined revenue di circa €2,5 miliardi. Accanto al portafoglio brand, Pon ha costruito una componente di Bike Mobility Services  (con Lease a Bike e BusinessBike) che ha portato revenue ricorrenti strutturalmente decorrelate dalla volatilità del sell-in tradizionale. Swapfiets amplia inoltre la presenza nell'ecosistema demand-driven, mentre Urban Arrow presidia il segmento cargo. Come ha osservato Patricia Ibanez Porcel (Bike and Hike Canada): “La vera divergenza non è solo ‘industriale vs portfolio’. È tra modelli product-centric e customer-lifecycle-centric. Il leasing e i servizi abbassano la volatilità perché agganciano il ricavo alla vita del cliente, non al ciclo di vendita.” Il problema è che questa resilienza è difficile da misurare con precisione. Pon.Bike opera all'interno di Pon Holdings, un gruppo privato con significative attività automotive. Non esistono segment report pubblici che separino la profittabilità del bike business da quella del resto del gruppo. Come sottolinea Tommy Sherlock (The Bicycle Depot): “Quando diciamo che Pon.Bike è profittevole, la domanda reale è: profittevole da sola — o all'interno di una struttura di gruppo diversificata?” La domanda che la filiera B2B dovrebbe porsi Il confronto tra Giant e Pon.Bike è un segnale su dove si stanno concentrando le leve di valore nell'industria. Il modello Pon suggerisce che la resilienza si costruisce diversificando i touchpoint con il cliente finale: non solo vendere bici, ma accompagnare un ciclo d'uso — leasing, manutenzione, abbonamento, dati e servizi data-driven. I brand che sopravvivranno ai prossimi cicli saranno quelli capaci di monetizzare oltre la singola transazione di vendita del prodotto fisico. Questa logica scala verso il basso nella filiera. Il dealer avanzato non è più solo punto vendita, ma diventa hub di servizi, operatore di flotte, gestore di abbonamenti. Cosa ci dice il futuro della geografia del capitale Giant rappresenta l'eccellenza manifatturiera taiwanese. Pon.Bike rappresenta il capitale europeo che aggrega brand e presidia la domanda urbana. Nel medio termine, la variabile dirimente sarà l'e-bike: componenti, software, dati e accesso diretto al cliente. Giant ha la capacità produttiva. Pon ha i touchpoint di servizio. Le mosse dei prossimi 24 mesi diranno molto su chi guiderà la prossima fase dell'industria. Conclusione La divergenza tra Giant e Pon.Bike è reale e strutturale. Le implicazioni per la filiera B2B sono concrete. La prossima verifica arriverà dai dati segmentati di Pon.Bike, quando saranno disponibili. Ma la domanda più rilevante resta un'altra: quanto è replicabile il modello customer-lifecycle nella filiera indipendente, cioè all'infuori di gruppi finanziari di grandi dimensioni? La risposta a questa domanda vale sicuramente di più del confronto tra due grandi gruppi. Nota editoriale Dato critico mancante: nessuna fonte pubblica separa con precisione il contributo di leasing, Urban Arrow e Swapfiets al totale ricavi di Pon.Bike. Quando i filing olandesi saranno disponibili, questo sarà il dato da monitorare per validare o falsificare la tesi della resilienza strutturale. Crediti e fonti Dati e grafico: Elisa Chiu, Anchor Global (LinkedIn, aprile 2026) Commenti: Tommy Sherlock, Patricia Ibanez Porcel, Jean-Sébastien Fabien, Bernd Hake
05-04-2026 Leggi Read

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